Testi critici

CERCLE ET CARRÉ O COINCIDENTIA OPPOSITORUM

Testo di Giorgio Bonomi per la personale Cercle et Carré a Studio Poerio – Storia Contemporanee – Arti Visuali Scrittura Società – Roma – 2026

Tutte le cose realizzano la loro armonia
mediante il loro mutamento nell’opposto.
(Eraclito)

Gli antichi hanno cercato l’arte di rendere il cerchio uguale al quadrato[…]; nell’uguaglianza hanno presupposto la coincidenza del cerchio e del quadrato […], ma hanno fallito poiché la ragione non ammette la coincidenza degli opposti.
La coincidenza infatti doveva essere cercata intellettualmente.
(Niccolò Cusano)

A buon diritto l’opera di Caterina Ciuffetelli può definirsi con la locuzione “cercle et carré”, la denominazione del gruppo, formato da Michel Seuphor e Joaquín Torres-Garcia nel 1929, che voleva riaffermare i valori dell’arte astratta e costruttivista a fronte della rinascente figurazione.
Le opere di Ciuffetelli si compongono, formalmente, appunto con un cerchio costruito all’interno di un quadrato: ecco perché possiamo riferirci al pensiero dell’Oscuro di Efeso riportato in epigrafe, infatti la realtà è composta di opposti: cerchio/quadrato, cielo/terra, movimento/stasi, spirituale/materiale eccetera. Simbolicamente i primi termini di queste contrapposizioni possono riferirsi al “cerchio” e i secondi al “quadrato”.
Così nell’opera della nostra artista vediamo come il simbolo dell’infinito, del movimento perpetuo (“comune è il principio e la fine nella circonferenza del cerchio”, dice ancora Eraclito) viene “fissato”, “definito” all’interno di un quadrato, simbolo della razionalità con i suoi lati e angoli uguali, con il suo “spezzare” la linea, con la sua immobile severità.
Ma c’è di più. Ciuffetelli si rapporta, con la sua poetica, personale e originale, a quel filone della storia dell’arte astratta italiana, ma non solo, che dal Divisionismo, attraverso Balla, arriva fino a Dorazio, Vermi, Dadamaino e altri, tutti artisti che basano il loro fare sulla linea retta, sul segmento con il quale creano, assieme al colore, la loro opera. Così Ciuffetelli, attenta agli sviluppi delle tecniche artistiche usate dalle avanguardie in poi che hanno utilizzato materiali altri e/o anomali, costruisce le sue “righe”, le sue “linee”, con i fili che si posizionano, con sequenze di rette verticali, sulla superficie, questa realizzata con carta dipinta e intelata.
Le “righe” producono un effetto seducente per il gioco di luci e di ombre che provocano e per il senso di movimento che danno. Movimento che si affianca a quello del cerchio e che, come questo, confligge con la perimetrazione del quadrato il quale, così, diventa il luogo degli “avvenimenti”. E ricordiamo che il quadrato, nell’antichità, era il margine, il recinto, in cui si collocava la città.
C’è un ulteriore sensazione che i lavori della Nostra suscitano, quella di un ritmo musicale: le linee si danno come le corde di un pianoforte aperto e la composizione pare quella del Bolero di Ravel in cui il tema iniziale viene continuamente ripetuto. Del resto la “ripetizione differente” appartiene a tanta arte contemporanea.
Ed ancora. Dagli sviluppi più avanzati delle Avanguardie e delle Neoavanguardie, Ciuffetelli riprende la “riduzione” delle cromie per concentrarsi sul monocromo, non assoluto, ché questo appartiene alle sue originarie realizzazioni, ma come “risultante” complessiva dell’opera.
Il suo colore è sempre “scuro” ma non “tetro”, “severo” ma non “rigido”, non è una “notte buia” bensì una “placida serata”, elemento questo che invita ulteriormente alla riflessione la quale è, accanto al piacere dell’occhio, lo scopo [Giorgio Bonomi]

 


 

CERCLE ET CARRÉ: ovvero, della tensione alla cosmica armonia. Alcune suggestioni.

Testo di Anna Cochetti per la personale Cercle et Carré a Studio Poerio – Storie Contemporanee – Arti Visuali Scritture Società – Roma – 2026

I fattori che si uniscono nella Coniunctio sono intesi come opposti,
i quali si fronteggiano ostilmente o si attraggono amorevolmente l’un l’altro.
Anzitutto si tratta di un ‘dualismo’, per esempio degli opposti […].
(Carl Gustav Jung, Mysterium coniunctionis, 1955)

Una tensione, per così dire latamente erotica, sottende, pervade e sommuove – facendone vibrare ab imu Le Superfici – l’essenza razionale delle geometriche tessere, quasi cosmiche apparizioni, nel mosaico del Cercle et Carré di Caterina Ciuffetelli, in cui sembrano celarsi velature di suggestioni plurime, tra mitologia, filosofia, psicologia e, non ultimo, alchimia, sulle cui tracce avviare lo sguardo complice del riguardante.
Ab initio è il Cerchio la cui simbologia rappresenta il Cielo, l’infinito della divina perfezione, così come il ciclo cosmico e il Tempo dell’Eterno ritorno. Per contro, il Quadrato ne discende come simbologia della Terra, dell’imperfezione della materia ma anche della stabilità. La Quadratura del Cerchio ne celebra la combinazione.
Nel Simposio Platone affida ad Aristofane, il commediografo, la missione di narrare la favola bella di una sferica unità originaria, maschile, femminile, androgino, c da Zeus per punirne l’úbris della potenza. La separazione ne genera per l’eterno l’inesausta tensione, guidata da Éros, a ricomporre in unum, nella perfezione armonica dell’unum primigenio, la duplicità degli esseri e delle sostanze, degli opposti.
Laddove nel Mysterium Coniunctionis Carl Gustav Jung – a questo archetipo in qualche modo riferendosi ritrova proprio nell’Uomo primigenio (Anthropos) l’apparizione personificata dell’Anima mundi, dal che ne discende che “dall’affinità con l’Anima mundi il cerchio rappresenta una totalità non differenziata e il quadrato una totalità discriminata […]. Il quadrato rappresenta il quaternio dei quattro elementi ostili, il cerchio evoca invece la loro riunione in unità. L’Uno nato dai quattro ne è la quintessenza”.
In mezzo, tra Platone e Jung, da Jung stesso analiticamente e magistralmente espletato, si dispiega il Mare magnum dei testi alchemici, dagli Egizi ai tempi recenti, lungo la ricerca del lapis philosophorum, come tensione alla ricomposizione dell’armonia cosmica originaria, dell’unus mundus, che è esattamente l’anima del mysterium coniunctionis, equivalente occidentale dell’unione di yang e yin nel Tao.
E alla quadratura del cerchio, inteso come simbolismo dell’unità di tutte le molteplicità, rimanda infine la figura del mandala cui, da ultimo, è associato l’archetipo del Sé.
Da queste sparse suggestioni ne discende che può l’Opera di Caterina Ciuffetelli essere interpretata come figurazione simbolica di una ricerca tesa, sul filo d’Amore – da intendersi come amore di conoscenza, amore di perfezione, amore di totalità – alla rifondazione della celeste cosmica armonia.
Rimane da interrogarsi, attratti nelle linee e nelle fluidità del mosaico del Cercle et Carré di Caterina Ciuffetelli, se, approdati infine al centro della Coniunctio, ci si incontri con l’archetipo del Sé o ancora una volta con la propria Ombra. Rimandando ad un inizio altro l’attingere l’armonica unità primigenia.
[Anna Cochetti]

 


 

Caterina Ciuffetelli, le coincidenze degli opposti 

Intervista con l’arch. Mario Pisani in concomitanza della mostra Cercle et Carré – 2026
Tra i quartieri residenziali più affascinanti di Roma come non citare sul Gianicolo, oltre le antiche mura urbiche, Monteverde Vecchio. Perimetrato a nord dalla via Aurelia Antica e a sud dalla Portuense, pronto ad abbracciare gli ariosi giardini di Villa Doria Pamphili, le numerose terrazze che dalle strade permettono di osservare le alture dei colli e l’antica Tivoli mentre lungo via Poerio si stagliano una serie di architetture liberty, veri e propri capolavori che attestano il gusto dell’epoca.
Nello studio di Anna Cochetti, al numero 16/b di quella strada, si possono ammirare le ultime creazioni realizzate da Caterina Ciuffetelli accompagnate da Cercle et Carré un testo critico di Giorgio Bonomi che, con una nota della padrona di casa, presenta la mostra di poche ma intense opere. Ciò che segue è il dialogo con l’artista.
L’incipit del testo di Giorgio Bonomi si intitola COINCIDENTIA OPPOSITORUM e cita Niccolò Cusano che giustamente spiega come tale coincidenza doveva essere cercata intellettualmente perché il raziocinio non l’ammette. Mi chiedo se per lei lavorare col cerchio e il quadrato alluda a ciò o è solo un pretesto, un punto di partenza da cui partire per il mare aperto.
Prima di tutto perché il quadrato e il cerchio, ovvero perché la geometria? La geometria per me è il mezzo attraverso il quale tento di governare il Caos del reale. Il reale è una informe e magmatica nebulosa fondamentalmente indecifrabile, la geometria mi permette di dare un ordine, seppur transitorio, al “pieno” del reale che si presenta come un “tutto” ma in sostanza si rivela vuoto desolante. La risposta sta nella consapevolezza di questo vuoto di senso al quale rispondo con un atteggiamento zen di giusta distanza aiutata da una geometria amichevole che ha perimetri, misure e spazi ma che non strangola, non impone piuttosto si articola ed è predisposta al variare, inspira ed espira e risponde al vibrare dell’aria e della luce. In questo senso diventa un tentativo di far coincidere gli opposti.
Anna Cochetti legge nelle sue composizioni la figurazione simbolica di una ricerca tesa, sul filo d’Amore – da intendersi come amore di conoscenza, amore di perfezione, amore di totalità – alla rifondazione della celeste cosmica armonia. Mi chiedo se ai giorni nostri, così travagliati e incerti, si possa immaginare la rifondazione della celeste armonia del cosmo.
Mi piacerebbe conoscere la sua personale versione delle suggestioni che sono alla base delle opere messe in mostra nello studio di Via Poerio.
In un momento così devastante e devastato della nostra storia sembra assurdo o quantomeno illusorio parlare di armonia del cosmo ebbene, a maggior ragione, proprio in risposta a tutto ciò, il compito dell’artista è quello di intuire e offrire la possibilità di un diverso punto di vista, un punto di vista “altro”. Rispetto alla mia ricerca il tentativo è di far cambiare posizione all’osservatore, di farlo fermare per indurlo a pensare fermando i pensieri, al fine di sollecitare consapevolezza. In fondo l’armonia è un sistema che si regge sull’equilibrio delle forze e l’equilibrio non si poggia che sulla consapevolezza del nostro esistere.
I fili che danno anima alle sue formelle alludono alla vibrazione, alla contraddizione tra la staticità e il movimento?
Sì, esattamente. La COINDENTIA OPPOSITORUM passa anche attraverso l’apparente contraddizione tra la staticità e il movimento. In realtà, le facce della stessa medaglia, in fondo l’essere umano è formato da molti aspetti, molti in contrasto tra loro che vanno capiti e integrati o almeno accettati. Sono molto sollecitata da tutto questo. La sfida è far “parlare” la materia e il movimento della reiterazione dei fili e del loro rapporto con la luce mi permette di trasformare l’aspetto bidimensionale in tridimensionale. Diventa anche un rebus per chi guarda, sollecitato a non fidarsi del primo sguardo ma a insistere a guardare per decifrare il vero senso.
La domanda è d’obbligo. Come nasce la sua passione per l’arte e come si diventa artisti oggi?
La mia passione per l’arte non nasce, arte e vita sono talmente coincidenti e naturali che per me è come avere due gambe, una testa, le mani. Poi c’è lo studio, l’approfondimento filosofico, la relazione strettissima con gli accadimenti e l’elaborazione degli stessi. Ho sempre pensato però che ad aver inciso nel mio DNA visivo avesse contribuito il vivere nella città de L’Aquila ed essermi nutrita della visione delle sue chiese romaniche, laddove l’arte romanica aquilana combina la solidità geometrica delle strutture con dettagli decorativi che usano forme geometriche e simboli (si prenda ad esempio la  facciata a pietre bianche e rosee, disposte a disegno geometrico della chiesa di Santa Maria di Collemaggio).
Mino Lorusso nel 2003 scrive: la Ciuffetelli guarda a Burri e alla Accardi con grande ammirazione, tuttavia riesce ad elaborare un proprio patrimonio ideale del tutto originale; patrimonio sul quale indaga e incide, incide ed indaga in una continua e costante ricerca. In lei la complessità… si semplifica e magicamente, grazie al colore, diviene poesia. Nelle sue opere il colore acquista davvero un tono poetico. Ce ne vuole parlare?
Il colore è un terreno minato perché è una dimensione “facile”, il colore muove velocemente la risposta emotiva dell’osservatore e proprio per questo è da usare con cura. Rifuggo le esibizioni urlate
L’uso stesso del colore a cui si riferiva il giornalista Mino Lorusso riguardava specificamente l’uso dei colori primari. In questo senso anche allora rifuggivo la leziosità e il romanticismo del colore per parlare, attraverso un’operazione di destrutturazione, di profondità e di senso. Da qualche anno il tono predominante del mio lavoro è un nero che non è mai tale, ha riverberi di grigio e di blu come a dire che niente è come sembra (Pirandello docet!). La scelta di questa tonalità mi permette di giocare con la cangianza che è, altresì, una dimensione che mi interessa molto.
Marco Testa per la sua personale ABSTRACT RestaurArte – San Gemini 2007 parla del suo lavoro come di un vero e proprio work in progress (….) attraverso cui il segno – piccolo o grande, curvilineo, spezzato, scavato o appena graffiato a rilievo, comunque restituito mutevole dalla luce – diventa elemento caratterizzante del suo modo di rappresentare se stessa e il mondo in forme astratte. Esiste nel suo lavoro una grande passione verso quelli che possiamo considerare i segni primari che anticipano l’invenzione dell’alfabeto. Cosa trova in essi?
Già dal 2007 ho intrapreso una ricerca che non si è più fermata nel mondo dei segni. Il segno mi interessa sia formalmente che contenutisticamente. Ho iniziato con un ciclo, al quale fa riferimento lo storico dell’arte Marco Testa, che si chiamava Langage, tentativo di traduzione dei messaggi inconsci, una scrittura intesa come reperto che riecheggiava i segni preistorici. Nel 2017 nel ciclo Prehistoric il contesto scelto è una dimensione quasi archetipica, pre-industriale, primitiva. Il segno prima della parola. Il segno primario.  Proseguendo questa ricerca, nel 2020 sono approdata al ciclo Asemic. La scrittura asemica è una forma di scrittura priva di significato semantico specifico, che invita il lettore a interpretare liberamente i segni. Ciò a dimostrare che l’arte può andare oltre la comunicazione verbale, invitando lo spettatore a partecipare attivamente al processo interpretativo. Questo è, a tutt’oggi, un ambito che mi appassiona molto.
Sua madre era una sarta, come quella di Danilo Guerri, progettista molto apprezzato nell’Anconetano, Certamente ha trasferito nel suo DNA la sapienza che le permette di valorizzare la natura dei filati. Lei ha scritto che da sua madre arriva “un’eredità acquisita tacitamente”. “E il cucire è ri-cucire il mondo, richiudere le ferite/strappi, ricongiungere gli estremi per una nuova configurazione che tende alla completezza”. Ciò le permette quindi di gettare ponti, raccordi, reti e proprio quella tridimensionalità appartiene e rende unici i suoi lavori.
Nella sua formazione compare un personaggio interessante: Umbro Battaglini. Il suo nome sembra alluda al genius loci e all’orgoglio della sua identità grazie al suo essere architetto, ma anche designer e urbanista e insieme scultore e pittore. Da lui lei ha appreso, oltre all’arte, la serietà e il rigore. Ci vuol parlare di questo personaggio?
Ho conosciuto Umbro Battaglini soprattutto come scultore in quanto ho frequentato il suo atelier tutti i giorni per due anni consecutivi apprendendo da lui, oltre alla tecnica del disegno dal vero, anche quella dell’incisione a bulino. Ma l’insegnamento più potente rimane quello del suo esempio: il suo carattere schivo non mi impediva di imparare dalle sue mani mentre creava con la creta le sue sculture astratte: era una finestra
[A cura di Mario Pisani]

 


Materia che respira: il linguaggio silenzioso di Caterina Ciuffetelli

Testo di Sonia Patrizia Catena per bipersonale Materie in Transito  con Stefano Garoldi – Circuiti Dinamici – Milano – 2026

La materia parla, esprime senso, e Caterina Ciuffetelli ha imparato ad ascoltarla, non una scelta estetica sterile ma un’operazione maieutica e un’alchimia manuale in cui carta, corda, cellotex, faesite, alluminio e specchio sono convocati perché rivelino la loro voce.
L’artista non annulla la natura degli elementi, bensì li interroga, li dilava e li cuce,
trasformando il povero in prezioso con gesti ripetuti che svelano senza saturare. Azioni che diventano strumenti di indagine, capaci di veicolare rinnovati significati e percezioni sensoriali, visive e tattili. Ciuffetelli costruisce la propria ricerca artistica su assi estetici primari — materiali, superfici, forme geometriche, consistenze — trattati con rigore esecutivo e un lessico essenziale che mira a un esito preciso. Figure solide e ripetute, si combinano in soluzioni potenzialmente infinite fino a costituire un vero e proprio linguaggio, concentrato sull’oggetto, sulla sua fisicità e sullo spazio che occupa.
Sono opere che sfruttano le potenzialità dei materiali, giocano con una lieve tridimensionalità e custodiscono, tra le trame delle superfici, il ricordo dell’azione artistica restituendo allo sguardo una densità poetica inattesa. Colpisce la continuità di una pratica che parte dalla traccia, laddove i frottage e i monotipo – lasciando impronte fortuite e imperfette – introducono rapsodia e originalità (Mirroring, Squares, Non siamo isole, 2017– 2018) per poi trasformare il materiale stesso nel vero protagonista, facendo emergere rilievi e stratificazioni, espressioni tangibili della memoria e del tempo (Trame e Treasure, 2019).
Accanto alla materia c’è il percorso del segno che, grazie al filo che cesella la superficie, trasforma il disegno in rilievo in un’impronta-scrittura, alla stregua di un alfabeto asemico (Asemic, 2020). Questo linguaggio intimo senza senso semantico apre spazi di partecipazione, laddove il significato si forma nella relazione tra opera e osservatore, invitando a colmare il “vuoto” attraverso la propria personale interpretazione. L’introduzione, altresì, di piani riflettenti porta lo spettatore dentro l’opera, rendendo esplicito il dialogo con lo spazio e il pubblico; gli specchi in De Multiplicitate (2021) e i frammenti prismatici in Kaleidoscope (2020) intensificano la fruizione, laddove lo sguardo diventa partecipazione e l’identità viene frantumata. L’artista si chiede: “cosa rimane dell’immagine riflessa nello specchio quando noi ci spostiamo?” La grammatica visiva dell’artista si regge su una tensione ben calibrata fra rigore geometrico e imperfezione organica. Le griglie e i cerchi convivono con l’irregolarità del tratto cucito, creando opere che funzionano sia come immagini da guardare sia come oggetti da toccare con lo sguardo. La serie Ellisse (2023) e Ciclicità, rotazione e flusso (2024) rivela un rapporto profondo con la ripetizione, non mera serialità, ma processo ritmico e rituale in cui si percepisce il tempo come sospiro, un momento “zen” rarefatto, che richiede attenzione. Ne nasce una dialettica fra il controllo e la vulnerabilità in cui l’imperfezione umanizza la sequenza e rende dinamica la composizione. Attraverso la geometria e la decolorazione, l’artista dà ordine al caos del reale, trasformando la vacuità in un luogo di possibilità e invitando a una contemplazione consapevole del “qui e ora”. La scansione del gesto si rivela nella ripetizione, nella cucitura e nello sfregamento dei pastelli, dimensioni narrative e cronache del fare in cui il ritmo performativo sembra respirare. L’atto stesso di sottrarre il colore e di modulare la materia, attraverso l’acqua, diventa parte integrante di quel ritmo, un gesto meditativo che unisce tecnica, tempo e contemplazione, facendo emergere la verità nascosta nella composizione.
Ciuffetelli, negli ultimi lavori: Sinopia (2024), L’ombra del cerchio III, Matrice Circolare (2024), Scrittura d’ombra (2025), giunge a una sintesi introspettiva, ove l’operazione artistica si fa sottile ma densa, e l’intero percorso appare ormai maturo e coerente. Siamo dinnanzi a una lirica della sottrazione: togliere per mostrare e sussurrare per chiamare, una ricerca che parla di tempo, memoria e responsabilità. Le tracce che lasciamo non sono innocue, e la sua arte ci insegna a osservare con attenzione, a vedere più che a guardare. L’opera si aggetta e prende volume, oppure è costellata da piccoli fori, instaurando un continuo gioco di presenza e assenza, in cui la privazione diventa azione poetica e rivelatoria. [Sonia Patrizia Catena]

 

 


 

L’armonia Cosmica di Caterina Ciuffetelli

Testo di A.E.M. Giordano per la bipersonale CircoStanze, con Paolo Di Nozzi – Sala espositiva comunale ex-Frontone, Orbetello (GR) – 2025

Nell’ultima produzione artistica Caterina Ciuffetelli, nata a L’Aquila ma vive e lavora a Terni, giunge a una maturità costruita con pazienza e umiltà dopo un lungo processo di ricerca e sperimentazione di linguaggi sul segno e sulla luce, sulla materia e sulle tecniche, attraversando pratiche sulle orme di grandi artisti (il frottage di Max Ernst,  la Fiber o textile Art di Maria Lai, il cellotex di Burri) ma non come emulazione bensì in modalità sempre originale e coerente nella evoluzione personale. Il suo percorso è stato equivalente ad un musicista che suona le composizioni di un Maestro del passato per creare Variazioni sul tema e prendere spunti per moderne sinfonie oppure a Michelangelo quando disegnava figure copiate da Giotto e Masaccio. Le sue trame tessili rappresentano trame narrative perché raccontano la sua anima lirica sempre solare ma riflessiva, anche in senso speculativo, così come il retaggio di una madre sarta le ha trasmesso conoscenze e abilità manuali non comuni. I suoi monotipi hanno origine all’alba della civiltà nella Cueva de las Manos della provincia di Santa Cruz in Argentina risalente al 7.370 a.C. forse simboleggiante un rituale di iniziazione all’età matura e la lenta preparazione delle sue opere le ha permesso di raggiungere una maturità artistica. L’uso della sabbia, mescolato ai pigmenti già dal padre del Realismo Gustave Courbet per ottenere effetti materici, allusiva alla clessidra e allo scorrere del tempo, è un dialogo tra terra e mare, tra cielo e terra, tra infinito e infinitesimo. La spirale è equivalente alla Sezione aurea, all’algoritmo, alla sequenza di Fibonacci, che ha sempre rappresentato l’Armonia e la Bellezza. Le forme di Caterina Ciuffetelli esprimono il rigore geometrico, cerchio e quadrato, simboli del Cielo e della Terra e i non-colori sono il bianco e il nero o l’azzurro, quindi la luce e la vita e l’assenza di luce o la morte e il cielo, l’Assoluto, l’ascesa spirituale, un dialogo tra Microcosmo e Macrocosmo, tra Uomo e Divino ma la strada indicata è di cercarlo dentro di noi, con la pazienza di un lungo lavoro e di studio come quello dell’artista. Le forme sono conchiuse tra Spazio e Tempo perché perfette, sono essenziali perché non hanno bisogno di altro e qui sarebbe facile citare troppi nomi dell’astrazione nazionale e internazionale (qui basti il movimento Cercle et Carrè o Victor Vasarely) ma ancora una volta l’artista non imita bensì raggiunge questo minimalismo come approdo alla riduzione al termine di una lunga evoluzione di linguaggio. Nata sulla Montagna incantata, sulla cima della quale è il nido dell’Aquila, l’artista si trasferisce a Terni, già patria dell’acciaio. Dalla pietra filosofale /Lapis all’inox perché inossidabile e preziosa come l’oro è la Sua Arte.
[Antonio E.M. Giordano]

 


 

Numeri&Carezze

Testo di Roberto Gramiccia per la bipersonale Numeri&Carezze con Paolo Di Nozzi  Lavatoio Contumaciale – Roma – 2025

A chi trovasse stravagante il titolo di questa mostra basterà sapere che l’intenzione di chi lo ha pensato e lo propone è quella di sintetizzare in due sole parole l’universo di senso entro il quale alloggia e dal quale trae nutrimento l’immaginario creativo di Caterina Ciuffetelli e Paolo Di Nozzi, protagonisti dell’evento.
Numeri, infatti, è lemma che individua i territori sconfinati della certezza matematica, quella che nella nostra tradizione greca viene fatta risalire ad Archimede ma che ha origini ancora più antiche e provenienza molto più a Oriente rispetto all’area del Mediterraneo e della Magna Grecia. Quello dei numeri è il mondo che fa riferimento a quella razionalità calcolante che informa di sé, oggi più che mai, il pensiero unico, prono di fronte alle logiche di un universo fatto di fredde cifre, di mercato e di tecnologia.
Carezze invece è parola che allude a una polarità opposta. Quella che si riconduce alle province dell’incertezza amorosa, dell’eros, del sentimento, del coraggio e della tenerezza che reca conforto a quella debolezza che trae origine dalla fragilità umana rassegnata. La carezza richiama alla mente il gesto della madre verso il bambino o dell’amante verso l’amata. Simbolo in entrambi i casi di energie primordiali. Ma sciocco sarebbe pensare che nel pensiero razionale il “cuore” non abbia cittadinanza, come insegnano le attuali neuroscienze.
Circoscritto così il campo da gioco della nostra partita, sarà più facile accostarsi alla lettura delle opere che oggi, in occasione di questa magnifica mostra, felicemente alloggiano in uno spazio pieno di suggestioni come quello dell’ex “lavatoio contumaciale”, sede di un’Associazione culturale fondata nel lontano 1974 da Tomaso Binga (nome d’arte di Bianca Bucciarelli) con la collaborazione di un grande critico d’arte (e medico) come Filiberto Menna. Sarà facile iniziare a parlarne osservando che entrambi gli artisti che ho scelto per questa doppia personale fondano la loro ricerca su presupposti del tutto affini alle categorie evocate nel titolo della mostra.
Non per caso, scusandomi per l’autocitazione, ebbi modo di coniare proprio per Caterina Ciuffetelli l’espressione “geometria dei sentimenti”. In quell’occasione alludevo non solo alla sua inarrivabile precisione realizzativa ma anche, e soprattutto, alla capacità di coniugare calcolo millimetrico degli spazi e delle forme con un’empatia e una grazia che vengono dal profondo. I calcoli di Caterina non sono fatti con la mente, sono fatti con il cuore. E questo si vede, si percepisce.
La sua fantasia matematica, che accarezza il fruitore, arriva fino a tessere le forme di un alfabeto, di un repertorio di significanti di nuovo conio. Lettere provenienti da un altro spazio e da un altro tempo che a tradurle – ne sono certo – compongono parole di pace e di armonia, come nel lavoro che mi ha più colpito fra quelli oggi esposti: Asemic. Questo dialogo ininterrotto che Caterina realizza tra esprit de geometrie ed esprit de finesse è come un viaggio attraverso i materiali poveri che lei predilige: la carta, la corda, il filo, la stoffa, il gesso, la sabbia, l’alluminio, il cellotex di burriana memoria.
Essi spesso vengono uniti (cuciti) fra loro in un processo alchemico, dando “vita a una materia più complessa e preziosa” in cui “tutti e quattro gli elementi primari sono presenti”, come l’artista stessa ci spiega. Senza escludere per altro che Caterina – sperimentatrice infaticabile e anima inquieta – ritorni, semplicemente, ai pastelli che su carta tracciano i segni mirabili di una ricerca su Ciclicità, rotazione e flusso (1,2,3 e 4) che ricorda sorprendentemente le investigazioni di Lo Savio sulla luce.
Se Caterina Ciuffetelli ha scelto le pareti dell’Ex Lavatoio contumaciale per i suoi lavori bidimensionali, Paolo Di Nozzi usa lo spazio e le tre dimensioni delle sue sculture (che lo spazio includono) per una narrazione plastica che persegue con encomiabile coerenza ormai da molti anni. Il fatto che egli sia chimico di formazione conferma abbondantemente il suo esser parte del mondo della razionalità matematica e calcolante. Lo è e lo è stato, però, come sarebbe piaciuto all’autore di Contro il metodo, l’anarchico Paul Feyerabend, intingendo le sue competenze nelle acque fresche e rigeneranti dell’arte.
È così che si generano le proporzioni matematiche dei vuoti che le sue lame d’acciaio delimitano. È da questo mix di cuore e di mente che prendono origine le sue volute. Sempre uguali e sempre diverse, colorate oppure no, marchiate dalla ruggine o lucide come lame di coltello. Le geografie curvilinee di Di Nozzi celebrano la liturgia di un Poverismo barocco che fa da contraltare alla provocazione ossimorica del titolo di questa mostra. Che cos’è in fondo se non un ossimoro l’accostamento di due parole come “povero” e “barocco”?
Non c’è dubbio, infatti, che i materiali usati da questo scultore siano poveri. Come non c’è dubbio che il profilo delle curve delle sue sculture richiami quello dei paesaggi romani di Corot, quando indugiava sulle curve delle cupole barocche delle chiese di Roma. Qualche volta l’autore inserisce nelle geometrie dei suoi disegni in acciaio elementi estranei come in L’intruso, più spesso no, come capita nella generalità dei lavori presentati in questa mostra con titoli eloquenti: Sotto il cielo di Gaza o Fuga di mezzanotte.
Alla fine, la visione d’insieme restituisce il senso di un’armonia non solo frutto dell’uniformarsi dei due autori alle coordinate che si sono volute scegliere per dare un senso unitario alla mostra; oltre a questo, che è già molto, c’è una produttiva amicizia che li lega fra loro e a chi scrive. C’è chi dice che l’amicizia è più importante dell’amore; sarebbe come dire che i numeri sono più importanti delle carezze. Io dico che può essere vero: ma solo nel lungo periodo.
[Roberto Gramiccia]

 


Avrah KaDabra
la scrittura come genesi in Caterina Ciuffetelli
Testo di Lara Caccia per il numero 29 (90) della rivista TITOLO di Giorgio Bonomi, Rubbettino Editore, 2025

La creazione dell’opera in Caterina Ciuffetelli corrisponde ad un processo alchemico che avviene tra la carta, l’inchiostro, l’acqua e la colla e, come in un rito, si susseguono gesti e azioni che nell’epifania del supporto si tramutano in caso e, nell’immagine finale, in una scelta consapevole. L’artista sviluppa, nella diversità di pensiero e in alcuni casi anche di tecnica, la propria ricerca in cicli che si protraggono nel tempo.
La stessa metodologia affiora nelle opere nelle quali si può riscontrare un interesse per la scrittura tra una ipotetica “lingua transmentale”  e una scrittura che rispetta il ritmo gutenberghiano del rigo e della pagina. “Il trasmentale è antico come la lingua stessa. […] Esso caratterizza il linguaggio dei rituali, dei riti magici, della comunicazione con tutto quello che è estraneo, segna ciò che si trova ‘aldilà’, che è irraggiungibile dalla ragione” : quindi tutto ciò si può immaginare racchiuso nella parola Abacadabra!
Nelle sue possibili origini etimologiche c’è anche “Avrah KaDabra” che in aramaico significa “Io creerò come parlo”, laddove si dà un potere creatore alla parola, la stessa forza creatrice che è custodita nell’uso di Davar/Dabar (parola e cosa in ebraico) nel libro del Vecchio Testamento. Come “la parola è una via, cioè segue e indica un passaggio” , l’artista Ciuffetelli nell’arco di diversi anni ha approfondito questo particolare excursus evolutivo, creando un personale linguaggio. Un percorso che si è sviluppato da una scrittura basata sul significante materico, verso un’astrazione nella quale il significante diventa grafema, fino a trasformarsi successivamente in segno; anche se la ricerca ha seguito sempre la linea temporale di Kronos ma, come spesso accadde, è avvenuta un’evoluzione di rimandi e di salti determinati da Kairòs. Nella serie Langage è riconoscibile una grafia che, pur essendo costruita dando valore soprattutto al significante, sottintende visivamente un significato che ogni fruitore tenterà di riconoscere e decifrare. Le parole sembrano scaturire direttamente dalla materia: non sono incise come le prime forme di scrittura nella pietra, ma escono a rilievo dal supporto e, essendo spesso entrambi monocromi, si confondono con esso, divenendo leggibili solo attraverso una determinata luce. Come le pitture rupestri erano dipinte nelle zone più buie e nascoste delle grotte perché presupponevano un potere magico, così la critica Caterina Guerra parla di “sacralità del linguaggio” riferendosi a queste opere di Ciuffetelli. E proprio nel ciclo Pre-Historic questo parallelo diviene sempre più appropriato, anche se in parte, perché si assiste ad una sovrapposizione materica dove la scrittura diventa figura, ed è circoscritta in uno spazio visivo ben delineato. Il rapporto apparente con il significato oramai non è più una necessità, si perde nella creazione di un segno archetipale ottenuto probabilmente da una ricerca archeologica nel proprio essere interiore. Infatti sottolinea il critico Flavio Caroli: “La dimensione segnica è una dimensione basica dell’inconscio, e ne governa anzi i meccanismi associativi e immaginari”.
Proseguendo in un fluido temporale, pian piano l’artista si allontana dall’accezione di parola-segno-reperto, destrutturando la grafia; e il segno diventa tangibile, materico esso stesso. Ora il significante diviene corda ed è cucito direttamente sul supporto cartaceo: ancora una volta non è subito visibile, perché rimane tono su tono. Lo stesso modulo traccia un pittogramma nell’opera dal titolo L’Inizio: riconnettendosi così, attraverso la figura ancestrale della spirale, a quel pre-linguaggio dell’origine dell’uomo. La parola perde la sua integrità sia a livello di significante che di significato e l’aspetto fisico, materico, è predominante.
Attraverso l’analisi di Mario Francioni  del pensiero di Jacques Lacan si può capire in modo approfondito il rapporto che viene a modificarsi tra significante e significato: “il significante primeggia (anzi spadroneggia) rispetto al significato; cosicché – per la struttura stessa del linguaggio – non può radicalmente mai riuscire un ideale linguaggio di parole che abbiano un significato ‘proprio’. Riesce sempre soltanto un linguaggio variamente ‘figurato’, la cui logica è quindi di per sé già quella medesima della ‘retorica’” .
Ora l’artista si concentra sull’essenza del segmento: in Step by Step una serie di linee cucite in orizzontale si configurano in una “intelaiatura continua”, creando una sorta di partitura spazio-temporale, dove il segno-fonema ipotizza un suono corrispondente. L’artista arrivata al grado zero della scrittura, non si rifugia in un’arte intimistica rivolta ad una evoluzione improntata solo sulla superficie materica in un revival informale, ma su quel supporto viene creata una nuova “testura”. I segni nel ciclo Asemic si sono avvicinati in senso verticale ed orizzontale, si sono affiancati fino a disegnare delle forme, le quali rispettando una griglia grafica formano un testo. La nuova scrittura è concepita come un complesso verbale che non presuppone una lettura analitica, perché i singoli ideogrammi sono stati creati con la stessa “magia” e spontaneità di “come parlo”.
Oltre a questi cicli più inerenti e vicini alla scrittura, si può comunque determinare nella ricerca di Ciuffetelli una volontà di creare un linguaggio astratto del mondo, che si concentra su un “rapporto iconografico” fatto di segni, colore e scrittura, tendente verso un distacco e una perdita del “visibile naturale”. “Finisce il rapporto magico che l’uomo ha intrattenuto col mondo, il rapporto secondo il quale ogni idea aveva un corrispettivo nel mondo naturale, e ogni elemento naturale poteva essere sintetizzato in un’idea. Finisce il rapporto col mondo perché il mondo tende ad identificarsi con un prodotto dell’intelletto, e tende a diventare, esso stesso, segno” .  [Lara Caccia]

 


 

Luce, materia, memoria: l’arte di Caterina Ciuffetelli

Nelle recenti opere di Caterina Ciuffetelli non serve un lungo elenco di materiali per comprendere la forza espressiva del suo lavoro. Al contrario, è proprio l’essenzialità a parlare con chiarezza: materia e luce, elementi primari e universali, sono al centro della sua ricerca artistica.
Le superfici delle sue opere sembrano assorbire la luce più che rifletterla, come se questa penetrasse nei materiali per rivelarne un’anima nascosta. In questo dialogo silenzioso tra luce e materia, si affacciano tracce che evocano qualcosa di antico, quasi primordiale: segni che non sono solo simboli, ma vere e proprie impronte di coscienza. Sono frammenti che sembrano voler raccontare una storia, o meglio, scrivere una storia.
È proprio qui che emerge l’aspetto più affascinante del suo lavoro: la materia si trasforma in una sorta di pagina scritta, una superficie carica di significato che, come una monade, racchiude in sé un piccolo universo. A volte quadrata, a volte rettangolare, questa “pagina” è attraversata da una geometria rigorosa ma mai fredda, che sembra custodire un contenuto misterioso e indefinito.
Queste opere non sono semplici quadri da osservare, ma veri spazi da abitare con lo sguardo e con il pensiero. Offrono un’esperienza che va oltre la percezione visiva: ci invitano a riflettere sul tempo, sullo spazio, e su ciò che resta al di là delle parole. Il confine del quadro non è mai un limite: è un continuum che rimanda all’infinito, un’eco silenziosa che ci ricorda quanto sia impossibile davvero entrare o uscire da certe dimensioni profonde dell’essere.
L’arte di Ciuffetelli ci propone quindi un viaggio essenziale e potente, dove la luce diventa pensiero, la materia si fa scrittura, e l’opera diventa specchio di una memoria condivisa e senza tempo.
Nelle opere di Caterina Ciuffetelli la materia non è mai solo superficie: è un campo percettivo, una soglia tra il visibile e l’interiore. I materiali, ridotti all’essenziale, non hanno bisogno di essere nominati uno per uno. È la luce a rivelarne la verità, penetrando le fibre, assorbita più che riflessa, trasformandosi in scrittura silenziosa.
Le superfici che compone, spesso rigorose nella forma ma vibranti nella sostanza, ci parlano attraverso segni che non sono solo estetici, ma anche esistenziali. Tracce, impronte, linee che sembrano emergere da una memoria profonda, collettiva, ancestrale.
Un esempio emblematico è “L’ombra di un’ellisse” (2024), realizzata con filo di cotone tinto a mano cucito su carta intelata (cm 52,5 x 72,5). In quest’opera, l’essenzialità formale incontra una vibrazione quasi spirituale: una serie di linee verticali, cucite con pazienza quasi meditativa, costruisce la figura di un’ellisse che affiora come un’eco, come un’ombra appunto. Il gesto del cucire diventa atto di scrittura, e la forma — contenuta in una geometria rettangolare — sembra pulsare di un respiro silenzioso.
La luce interagisce con la materia in modo sottile, infiltrandosi tra le cuciture, esaltando rilievi minimi, rivelando la tensione tra ordine e imperfezione. In questa armonia trattenuta, si avverte il desiderio della materia di diventare parola, o meglio pagina: una pagina che non chiede di essere letta, ma ascoltata.
Le opere di Ciuffetelli, così, si configurano come monadi visive: strutture chiuse che contengono un potenziale infinito. Ogni superficie è un territorio mentale, dove la geometria non è solo disciplina formale, ma spazio di contaminazione e apertura. I confini non delimitano, ma alludono: sono soglie tra ciò che è e ciò che potrebbe essere, tra il visibile e l’invisibile.
Con “L’ombra di un’ellisse”, l’artista ci consegna un esempio vivido di questa poetica: un’opera in cui la materia si fa silenzio, la luce si fa memoria, e la forma si trasforma in pensiero. 2025 [Michele Lambo]



Materiali e poetica creatività

Testo di Anty Pansera dal catalogo di mostra MIXING – Il Granaio,  Deruta (PG)
Dal 3 al 18 dicembre 2022

È una ricerca intrigante, questa di Caterina Ciuffetelli, che mi ha attratto soprattutto per il suo sperimentale, libero, utilizzo di non pochi materiali, dalla corda al filo alla stoffa – o della, allora -, ma non solo: dal gesso all’intonaco, dalla sabbia (o della scabrosità) alla carta (o della trasparenza), dalla fotografia alla lana di pecora (o della casualità di un incontro), dalla foglia d’oro al polistirolo, all’alluminio (o della sua mutevolezza), al cellotex (impasto di segatura e colla dalle molteplici textures),…eccola mettere alla prova un’articolata serie di materiali, “poveri”, e molti di utilizzo industriale, potremmo sottolineare.
Caterina raccoglie, assembla, ritaglia, modifica: utilizzando diverse tecniche (anche il ferro da stiro: perché no?), mettendo in gioco la sua esperienza e rapportandosi di volta in volta, a seconda delle necessità, a quella grammatica e sintassi compositiva che le permettono di approdare a poetiche composizioni. E a domare il caos della materia attraverso la forza dei segni (diagonali, mediane, centrali, pesanti/leggeri, corti/lunghi, sottili/spessi… colorati), creando inaspettati ed arrivando a trasformare le geometrie – “dei sentimenti”, (Roberto Gramiccia, 2022) -, in alfabeti.
Geometria, dal latino: e dal greco antico:, il prefisso geo che rimanda alla parola = “terra” e μετρία, metria = “misura”, tradotto quindi letteralmente come “misurazione della terra”, allora, ovvero quella parte della scienza matematica che si occupa delle forme nel piano e nello spazio, delle loro mutue relazioni, dei nostri contesti e che, per Caterina, è “calda, parlante, affatto spigolosa. Una geometria che suggerisce lo spazio, l’ordine; la separazione e il congiungimento, la distanza e la vicinanza”.
Figlia di sarta ha anche nel suo DNA la sapienza del saper distinguere la natura dei filati, da intendersi in senso lato, “un’eredità acquisita tacitamente”, ricorda. Il filo, il cucito – “E il cucire è ri-cucire il mondo, richiudere le ferite/strappi, ricongiungere gli estremi per una nuova configurazione che tende alla completezza”, appunta Caterina -, e allora ponti, raccordi, “reti”: e quella tridimensionalità che comunque caratterizza i suoi lavori.
E si è già ben scritto di come, nel suo progettare/creare, il rapporto tra materia e segno sia basilare: appartiene alla sostanza del suo racconto. Di fatto, vuol dar voce, far parlare, la reale fisicità/inerzia dei suoi primari strumenti espressivi: e così ricorre a segni calligrafici – piccoli o grandi, curvilinei, spezzati, scavati o appena graffiati a rilievo, comunque restituiti mutevoli dalla luce (a dirla con Marco Testa, 2007) -, ma che “non dipinge, ma tesse”, come ha puntualmente scritto Arcangela Miceli.
E forse proprio Tra-mando (2020), dalla trama lacerata ed interrotta, ben testimonia le sue felici metafore. Così, recentemente, Ritagliare lungo la linea tratteggiata (2021), che è quasi una riposta al lock-down: stoffa, carta, ago e filo, per riparare, per ricostituire legami.
Alle spalle dell’artista, una formazione forse un po’ particolare, allieva di quell’Umbro Battaglini (il nome proprio a celebrare il suo genius loci e un orgoglio identitario), interessante figura di architetto/ urbanista/designer ma anche scultore e pittore, che le ha insegnato serietà e rigore.
Agli esordi, Caterina – aquilana di nascita ma poi ternana d’adozione -, all’insegna della pittura, coniuga colore e forma/ forma e segno/ segno e movimento (e siamo nel 2003, quando la presenta Mino Lorusso): “la Ciuffetelli guarda a Burri (il cellotex!) e alla Accardi con grande ammirazione; tuttavia, riesce ad elaborare un proprio patrimonio ideale del tutto originale […] In lei la complessità… si semplifica e magicamente, grazie al colore, diviene poesia”.
Numerosi i cicli di progetti/realizzazioni che ha affrontato nel tempo: in Prehistoric (2017), così, è esplicito il rimando a “segni” archeologici, linguaggi dimenticati, a civiltà del passato ma con un’attenzione alla contemporaneità. Con Diagram (2017/2018), Caterina, forse, svela una sua maggiore interiorità, una sua tensione a mettere ordine, ad organizzare/“mettere in regola” la realtà. Tessere ricavate da un lavoro di frottage, caratterizza poi, Mosaic (2018): “Il mosaico ha in sé il concetto di ‘insieme’ e i tasselli […] sono gli elementi che lo costituiscono” (è sempre Caterina), tasselli del tempo.
E questi tre cicli – risultato di un paio d’anni di lavoro -, all’insegna di “Il tempo e il suo ordine imperfetto”, sono stati proposti dalla Galleria Forzani di Terni (giugno 2019).
Dello stesso anno, una serie di opere dalla scrittura indipendente da ogni significato semiologico: ed ecco il ciclo Asemic, opere dal“nessun specifico contenuto semantico”, a celare il significato, sollecitando la partecipazione del fruitore. E così il suo libro d’artista “Alphabet” (commissionatole dall’Archivio di Comunicazione Visiva e Libri d’Artista di San Cataldo-CL), un libro/oggetto che è entrato a far parte di quella particolare/originale collezione – voluta e curata da Calogero Barba, artista e operatore culturale -, che annovera rari esemplari concepiti e realizzati dalle maggiori figure artistiche delle neoavanguardie internazionali.
Il progetto/ciclo di pezzi esposti in questa chiusura del 2022 a Deruta, ospitati da Attilio Quintili e da “freemocco”, si intitola Mixing.A caratterizzarlo quel frottage “che mi aiuta a rintracciare segni parlanti da un altro luogo che non è necessariamente il passato bensì un ‘altrove da qui’, sconosciuto e misterioso” (Caterina Ciuffetelli), qui su carta su cellotex: e al pezzo che da nome al ciclo, si affiancano Circle,Mosaic3, Squares, Quadrante nonché il monotipo e tecnica mista su cellotex Non siamo isole.
Ma ecco anche Kaleidoscope, felicemente realizzato in alluminio su faesite che gioca su elementi triangolari volutamente non regolari, a sfruttare le caratteristiche di lucentezza ed opacità di questo materiale scelto per “il [suo] continuo modificarsi a seconda del punto di vista e della luce che lo colpisce dando un effetto di movimento continuo [che] mi aiuta a sviluppare il concetto di inafferrabilità” (puntualizza Caterina).
E De multiplicitate (specchio su compensato): due opere che ancora una volta inducono a pensare e a riflettere, su quella complessità che di fatto rappresenta – positivamente e poeticamente -, la cifra ( e il mood) di tutti i lavori che, negli anni, hanno caratterizzato l’intenso/fattivo percorso di questa artista che con i suoi interventi, dai segni calligrafici che variano/mutano nelle diverse loro materiche stratificazioni, continua a segnalarci, con indubbia forza etica, i cambiamenti/adattamenti che il tempo ci impone.
Ancora una volta Caterina indaga la materia, con grande competenza, per mettere in luce/in scena, con sapiente capacità, quell’effetto visivo che permette l’emersione del “suo” vocabolario: segni che, sobriamente, si intersecano a confluire in una sua personale proposta estetica. In un dialogo, ancora una volta, la sua parte razionale (il materiale) e la sua creativa fantasia: minimo comun denominatore la sua curiosità visiva.
Con Mixing, si ribadisce la sua perseveranza nel riflettere in un suo privato che tende comunque a dialogare/mettersi in contatto/al servizio di tutti dunque, per certi versi, ad un’universalità di condivisione, e nel contempo il suo attaccamento/dedizione al “fare con le mani”, una scelta voluta e poetica.
[Anty Pansera Storico e critico, Presidente di DcomeDesign]

 


 

MIXING riconcepire in Arte

DI DIZZLY  · 27 DICEMBRE 2022 per MIXING Caterina Ciuffetelli, Deruta 2022, curata da Anty Pansera 

Caterina Ciuffetelli l’abbiamo scoperta, almeno noi di AinT, nel Senso di Iron, la piccola fabbrica di ferro mostra aperta a diversi significati con l’unica condizione per gli artisti di usare un oggetto «ferro da stiro» per le opere. Lei, dopo Tabernacolo 2022 l’opera di Iron, ha così aperto di nuovo la sua camera delle metamorfosi in Mixing, stirandoci le idee sull’arte sperimentale: tecniche miste, e composizioni in cui l’elemento materia disponibile –  nel mix contemporaneo –  determina la fissazione di nuovi elementi  e ricerca di nuovi paradigmi sull’equilibrio delle strutture emotive, attraversate da dilemmi naturali riconcepiti. Dunque l’artista ri-concepisce. Accattivante nel metodo, paziente tempo non tempo, in cui l’artista ricrea la dimensione del regno abitato odierno e le sue sovrastrutture. Ne stila i nuovi codici, ne calca textures per una archeologia del futuro: gesso intonaco cellotex sabbia carta alluminio polistirolo filo stoffa. Deh! Caterina piace perchè la sua ricerca attiene al rigore, poco figurativo, e un ampio margine per considerare la sua arte un’architettura piana. Una mappa con indici e legende di presenze, strategie di materie. E più di superfici che prendono volume e luce inaspettati a mostrarci riflessi cangianti allo sguardo sensibile dell’occhio che sente.
Un fermo immagine del tempo, dice l’Artista: il mio lavoro, è un lavoro molto lento, e mi sono ritrovata a scoprire che il mio tentativo consiste nel provare a fermarlo, ma non illusoriamente; fermarlo proprio come percezione. Sta a noi vivere il tempo in modo accelerato oppure darci il tempo di contemplare, quindi fermarci, e devo dire che in questo caso il lavoro mi inchioda e mi aiuta a fare questo.
Con NON SIAMO ISOLE (2018) un mosaico di 300 presenze e sedimenti frottage su carta e cellotex, QUADRANTE 2019 sul tempo cronologico e la sfida alle difficoltà delle composizioni che invitano allo studio della minuzia, il dettaglio; KALEIDOSCOPE (2020) lucido e opaco nell’esercizio a ricomporre, a riconcepire come detto in apertura, lo spazio e l’impressione in frammenti di alluminio, e fino a DE MULTIPLICITATE (2021): ammaliare con gli specchi, e il dinamico movimento a spirale, quasi frattale degli specchi, l’artista con la sua ricerca,  riesce a trasmettere la cifra di slancio in avanti dell’uomo contemporaneo; a ben vedere per scelta culturale la rinuncia al figurativo (della femminilità), piuttosto con gesti sulla sicurezza propriamente “estetica” di un futuro, e di esperire al contempo la forma all’interno del quadro con edificazioni in cui si addensa una realtà aperta in un continuo servire e servirsi a divenire.  Come Caterina fosse al contempo sé e la sua ancella. E un certo medium. [Daniela Zannetti]

 


 

SEGNI TRAME SOGNI

Testo di Angela Ciano dal foglio di mostra Sogni Trame Sogni
Associazione Culturale F’Art – L’Aquila
29 agosto – 24 settembre 2022

Tracciano segni. Compongono trame. Inseguono sogni. Tre artiste, tre donne, Caterina Ciuffetelli, Donatella Giagnacovo e Silvia Giani, espongono insieme per dare vita ad un percorso di segni e trame dalle mille sfaccettature che danno forma alle loro ispirazioni e ai loro sogni.
Le opere esposte in questa mostra, dall’evocativo titolo Segni Trame Sogni, conducono lo spettatore in un viaggio fatto di linee, forme, colori in cui le tre artiste dialogano tra loro attraverso scelte individuali ed uniche. Ognuna ha la sua cifra e il suo linguaggio, nessuna deve qualcosa all’altra ma insieme danno vita al sogno insito nella creazione, disseminando l’itinerario espositivo di segni che creano trame e racconti.
E’ sogno l’azzurro intenso e declinato nelle sue tante possibilità usato da Caterina Ciuffetelli che ha concepito per questa mostra, un ciclo nuovissimo, dal titolo Azzurro appunto, dedicato all’Aquila, sua città natale lasciata molti anni fa per l’Umbria, che nasce da un riflessione sui tempi difficili e densi di sfide drammatiche che stiamo vivendo.
E’ sogno il caleidoscopico mondo di Silvia, fatto invece di colore dalle tinte forti e contrastanti ad evocare momenti e tempi immaginifici, dove la sacralità del saper fare dell’artista fa risorgere, attraverso il riutilizzo di materie di scarto soprattutto tessuti, momenti di bellezza perduta.
E’ sogno l’uso di un bianco dalle mille sfumature, etereo o denso che crea opere intrise di materia oppure leggerissime; un colore non colore quello scelto da Donatella per riflettere, anche attraverso l’uso delle parole, sulla condizione umana. Opere di una bellezza diafana che asseriscono concetti urgenti.
Insieme Caterina Ciuffetelli, Donatella Giagnacovo e Silvia Giani raccontano la loro creatività attraverso opere che sono presenze forti e ci parlano dell’indecifrabile momento del fare artistico che altro non è se
non sogno inteso come momento culmine e conclusivo del percorso creativo.
Fare arte come azione urgente che conduce il pensiero in profondità, a percorrere strade sempre nuove per narrare ognuna il proprio mondo. Ognuna con le sue peculiarità, Silvia Donatella e Caterina insieme ci raccontano l’essere umano capace di superare momenti drammatici, capace di interiorizzare ma anche di denunciare la bruttezza intesa in tutte le sue espressioni, capace di far diventare materiali di scarto “testata d’angolo”.
E cos’è l’arte se non tutto questo?
Nel suo ciclo AZZURRO, Caterina Ciuffetelli, intreccia il colore con filo di iuta a creare percorsi e labirinti che lanciano sfide continue allo spettatore, nella consapevolezza che attraversare le cose che accadono deve condurre alla contemplazione-riflessione che serve ed aiuta a guardare avanti, a superare le prove per affrontare il futuro con rinnovata fiducia; non a caso l’azzurro per Wassilly Kandinskij è l’elemento della quiete che richiama l’uomo verso l’infinito. Il messaggio che l’artista ci invia è libero e positivo; attento ad unire al bello del colore e delle materie scelte, l’estetica quindi, una attenta riflessione sulla condizione umana di fronte alle sfide che la storia pone, l’etica quindi “…in queste opere – scrive Caterina Ciuffetelli – parlo della contemplazione come insperata e salvifica possibilità di approcciare il mondo. Contemplazione non opposta all’azione bensì in grado di cambiarne il verso, se necessario”. E’ questo il sogno a cui anela l’artista creando opere che al primo sguardo sono segni che vivificano trame.
C’è la stessa riflessione sulla condizione umana, ed in particolare su quella femminile, nelle opere di Donatella Giagnacovo, dove il colore predominante, che è poi la sua cifra stilistica, è il bianco. Il bianco in arte è il colore scientifico e psicologico in assoluto, una non pigmentazione che allude ad una informalità perfetta; per Donatella il bianco è un contenitore di concetti che viene rafforzato, in alcune delle opere esposte, attraverso l’uso della parola. Il monocromo perde così la sua uniformità arricchendosi grazie all’uso di materiali tra i più disparati (piume, garze, plastica, paglia), mostrandosi a volte candido e diafano simbolo di purezza e leggerezza, a volte intriso di messaggi che inevitabilmente richiamano alla riflessione. Sono opere che restituiscono immagini dove la parola serve a ribadire il concetto espresso attraverso un gesto creativo che scava nella psiche umana, inchiodando lo spettatore al ragionamento.
Diverso il mondo artistico di Silvia Giani che ha in comune con quello delle compagne di questo viaggio, l’urgenza di sperimentare attraverso le materie più disparate. Nel caso di Silvia si tratta di pezzi scartati o semplicemente messi da parte da una società votata al consumismo sfrenato che diventano tasselli preziosi del suo fare artistico. Sono soprattutto i tessuti, scarti di lavorazione delle aziende o ritagli di vestiti dismessi o fuori moda, a ispirare i suoi lavori. Lo scarto diviene così matrice di un percorso di creatività, stimola accostamenti cromatici e geometrici “…il processo creativo – scrive Silvia Giani – nasce dalla necessità interiore di ricomposizione della forma del ritaglio (di stoffa ndr) consentendogli una seconda vita e si sviluppa nella ricerca di un ritmo nell’apparente disposizione casuale delle cose”. Su tutto una grande capacità e maestria artigianale che unita alla riflessione estetica, da vita ad opere in cui la ricchezza e la preziosità del colore e della materia rimandano a visioni di bellezza ed eleganza dove mistica e arte si fondono per mostrare al visitatore che mondi altri, fatti di splendore e maestria, sono possibili.
Segni Trame Sogni è un viaggio nella funzione taumaturgica dell’arte che crea bellezza in tanti modi diversi, senza però dimenticare che, in fondo, il bello è intorno a noi, basta saper guardare per creare mondi. [Angela Ciano]

 


 

Una forza gentile

Testo di Roberto Gramiccia dal foglio di mostra ARTISTE UMBRE: CIUFFETELLI- FRILLICI – MOMUSSO
Galleria delle Arti di Luigi Amadei, Città di Castello (PG)
19 marzo – 6 aprile 2022

Corda di canapa su carta intelata per cinque intriganti lavori che Caterina Ciuffetelli oggi ci regala con l’abituale, irresistibile estroversione. Opere di dimensioni medio-grandi, poste l’una accanto all’altra: un’efficace mappatura del viaggio di un’artista che detesta l’autocompiacimento (anche formale). E che, al contrario, non si stanca di indagare la materia, di far affiorare di essa il segreto vocabolario, di comunicarne la sintassi e la poesia, non senza modellare tutto questo sul profilo di una sua personale proposta estetica. Una dichiarazione di intenti che si propone con un’energia e un’autorevolezza attribuibile con fatica a una figura minuta, gentile e sorridente come la sua.
Dietro il sorriso di Caterina Ciuffetelli, c’è il carattere e il talento di chi ha maturato, dopo anni di ricerca, una familiarità assoluta con il proprio mestiere. Perché è il caso di ribadire che quello dell’artista è un mestiere. Fatto di testa e di cuore ma anche di conoscenza delle materie e di sapienza nella gestione del segno che le solca e del colore che, nel caso di Caterina, se pure con sobrietà e autocontrollo, recita, come sempre in pittura, la sua parte in commedia da protagonista.
In questa occasione, ma direi sempre nelle superfici pittoriche di questa artista, si rintraccia un sorprendente scarto fra la semplicità delle trame e l’efficacia di un effetto visivo che scava nel profondo. Lo fa, in questi lavori soprattutto, ricorrendo a una “geometria della forma” che sembra tradire la propria rigida autoreferenzialità e aprirsi ad un mondo persino giocoso; sembra, cioè, tramutarsi in “geometria dei sentimenti”. Che è un dialogo bello e produttivo. Come quello che sempre dovrebbe apparentare l’arte e la scienza, la fantasia creativa e la ragione. [Roberto Gramiccia]

 


 

IL TEMPO E’ UN CAMALEONTE  

Ho proposto all’artista e amica Caterina Ciuffetelli di recensire una sua opera che mi ha particolarmente colpito. Ha accettato e di questo la ringrazio. La tavola che ci si presenta davanti dà il senso della densità e della pesantezza, screziata di una geografia indecifrabile e stratificata con materiali diversi, pronta ad accogliere incisioni. Già in questa premessa si ravvisa la metafora del Tempo su cui l’uomo vuole incidere o si illude di farlo, per dire la sua o lasciare traccia di lui come rito apotropaico contro l’oblio. L’illusione non è soltanto la traccia incisa ma anche il tempo, come categoria aleatoria indefinibile, dipendente da altre, senza le quali se ne smarrisce il senso. IL TEMPO È UN CAMALEONTE è il titolo dell’opera dell’autrice. Ma torniamo al suo ultimo lavoro. Si diceva “stratificazione”, che non a caso è un paradigma degli studiosi del tempo: gli archeologi. Il tempo come primo soggetto della stratificazione e gli strati nascondono tracce o le rivelano incidendoli. La tavola è incisa e l’incisione accoglie una corda che traccia, evocandolo, il camaleonte. Questa incisione dunque ci prefigura il cambiamento, l’evoluzione, l’adattamento, tutte declinazioni che rimandano alla scansione temporale, senza la quale nulla di tutto questo potrebbe accadere. Nel piano cartesiano emerge uno sfondo ineludibile come rilievo insondabile di un intreccio delle vicende umane. Il rimando non può non essere di ancor più ampio respiro, fino a coinvolgere l’intera esistenza, alla quale inevitabilmente pensiamo, osservando l’opera allegorico/evocativa di sapore esistenzialista. L’autrice parla sempre al fruitore dell’opera dandogli del tu, invitandolo a una colloquialità più intima. Ogni convenzione svanisce e l’arte meditata deve scuotere, indurre auspicabilmente una crisi che, etimologicamente (dal gr. Krisis: scelta), rimanda a un bivio. E noi che strada imbocchiamo? Quella consolatoria della convenzione, che magari ci fa dire che un’opera non ci piace solo perché non la capiamo, oppure quella che l’autrice suggerisce? Ovvero accettare lo sgomento come stimolo alla nostra evoluzione anche nel breve lasso di tempo in cui il nostro sguardo ha percorso la coda del camaleonte. Rimane un dubbio: la coda del camaleonte finisce in una
spirale, non va più avanti nell’asse cartesiano del quadro, come una cesura in una evoluzione illusoriamente senza fine. Ma per sciogliere il dubbio dovremmo chiederlo all’autrice. Un ultimo appunto mi pare necessario: quella che ho chiamato “geografia indecifrabile” non ha nulla di detrattivo nelle mie intenzioni, anzi, ne intravvedo le commistioni dell’umanità, del suo pensiero con le morali contraddittorie che trascina con sé, delle sue etnie, dei suoi conflitti, reali e ideali e tutto questo confluisce in un indistinto grigio come somma di questo “caos” che è ben rappresentato nello sfondo dell’opera suddiviso in quattro riquadri come diverse ere accomunate da un’apparente tumultuosità in un grigio disomogeneo, come fossero tanti colori non ben amalgamati, nati dalla stessa tumultuosità, che tuttavia conservano un “caro ignoto” come affascinante enigma. 2020 [Cinzio Gilioli]


Il tempo è un camaleonte – Corda su MDF – cm 71X33 – 2020

 



CLOCK

Testo di Arcangela Miceli dal foglio di mostra CLOCK,  Showroom Arredare Designed Space, Terni – 2020

Caterina non dipinge, tesse le sue tele! Non l’ho mai vista all’opera ma la immagino mentre compie gesti antichi: raccoglie, assembla elementi, ritaglia con cura bordi e fili, pulisce, spiana, guarda le sue “tele” con tenerezza di madre e con autorevolezza di dea. La sua tela “Rolling” da oggi “buca la parete” del soggiorno al centro dell’arazzo di mia madre (tessitrice di seta e di telaio) ed è un dinamico vortice che ti trascina all’infinito, e che dall’infinito porta luce, pace, futuro. “Mancava” ha detto Caterina visibilmente commossa, mentre facevo le prove per trovare l’altezza giusta al “mio” amatissimo Rolling.
La mostra (allestita con gusto, armonia, cura) si “svolge” come il percorso di un viaggiatore che prende il largo ma è ben ancorato alla terra. I primi due lavori, di un avvolgente blu mare, sono vele quadrate, con annessa “mappa oceanica e computer di bordo”, capaci di  portarci negli “oceani della tranquillità”. A destra, con una certa discrezione ma con prorompente dinamismo, anamorfiche bollicine riproducono trasparenze di fiume, di sabbie dorate. poi frammenti, fenditure  di luce risucchiano l’ombra e ci fanno dimenticare  l’oscurità.
Sospese, due opere “che si danno le spalle” e ti invitano a “girare intorno”, a ruotare, a tornare indietro e trovare Seams (imbastiture) e sono cielo, mare, abisso, onda, Hole (ho tradotto vortice!), Seams (ho tradotto attaccature!) e tu sei come non mai navigante di te stesso.
E, dopo una emozionante croce di Sant’Andrea, con i punti cardinali che evocano fasci infiniti di radiazione luminosa, calda che dalla terra porta direttamente negli inesplorati spazi dell’essere, si incontra la grande spirale (io la chiamo così, dopo essermi “accaparrata” la piccola spirale, che accompagna le mie piccole evoluzioni quotidiane, e il ritiro nelle mie ctonie tane del passato). Lei lo ha chiamato L’inizio  e a me, con una prepotente suggestione, mi si è dispiegata la frase, “ Au commencement c’est la beauté”,  a commento di uno straordinario balletto di  Maurice Bèjart, che partiva dallo srotolamento di un tappeto in cui dentro si trovava una crisalide-ballerina. Ecco, la grande spirale si “muove”, secondo un incessante ritmo di esplosione e di implosione, una sorta di Dna dell’universo, “danza”  nella tela e srotola felicità, mistero, culla, principio, grembo della terra ed ellisse del cielo. Poi arriva la bussola che lei ha chiamato “Direction” (è curioso, si dice così sia in inglese, che in francese, che in spagnolo!) e anche per me è come se fosse una freccia, un orientamento che ti invita ad immergerti nell’azzurro, non senza essere passati da due segnali, criptici, semplici, immediati, (Caterina li ha intitolati “Passaggi”) che sono comunque tracce antiche, di una terra feconda, di una divinità madre che nel suo grembo antico nasconde l’azzurro e la luce, una azzurra luce che esplode nella sala attigua dove l’arcaicità è di casa e dove il passato e il futuro si congiungono nei misteriosi codici di un asimmetrico rombo di luce che esce, nasce dalla tela e ti travolge.
Del Novantanove. Il numero 99 è un numero molto potente, composto dalla vibrazione raddoppiata e dall’energia del numero 9, che rappresenta, come ho tratto da varie fonti “esoteriche”, la forza interiore e la saggezza, la comunicazione, la leadership, l’esempio positivo, l’intuizione, l’umanitarismo, il risveglio spirituale e l’illuminazione spirituale, l’altruismo, il servizio agli altri, le Leggi spirituali universali, il lavoro di luce e lo scopo della vita divina e dei bellissimi segni/alfabeto (mi manca la foto  ma ce l’ho ben presente il giorno che l’ho fotografato, Caterina lo aveva poi portato a Roma, il titolo di questo magico quadro è “Asemic” che non ha dunque un contenuto semantico specifico).
I segni/contrassegni, si rincorrono secondo un ordine preciso, in una chiara sequenza.frase [non si ripetono come i 99 quadratini o come le tessere rettangolari che ricordano, con emozione e commozione  le paleolitiche pietre scheggiate, i percussori e chopper (un ciottolo (chopper), generalmente di selce, viene scheggiato su una sola faccia da un altro ciottolo che funge da percussore, con un colpo perpendicolare alla superficie.

(Fonte: Museo Apve (Associazione Pionieri e Veterani ENI) via Piana delle Orme,  Roma) I reperti sono stati donati al Museo da geologi che hanno lavorato con l’Agip Mineraria nei deserti del Nord Africa (Marocco, Algeria, Tunisia e Libia)]

Esso parla all’interiorità con la forza di un “Codice dell’anima” (ho rubato il titolo a James Hillman, psicologo analista junghiano, americano di nascita ma europeo di cultura).
Si diceva che, in questo azzurrissimo e accattivante quadro, i segni/lettera  sono un vero e proprio alfabeto, come quello individuato dall’archeologa Marija Gimbutas, nel suo 2° volume dedicato alla Civiltà della Dea (M. Giumbutas, Il mondo dell’antica Europa – Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, nel quale la filosofa–archeologa prefigura l’esistenza nel corso di 25.000 anni di civiltà matriarcali in Europa, l’ipotesi  di come siano nate le prime forme di scrittura)

Lettere “pescate” dalla memoria ancestrale di questa “visionaria” eppur reale artista che si muove con disinvoltura tra passato e futuro in un’armonia di segni essenziali e di evocazioni poetiche.
Il nostro pellegrinaggio-viaggio si chiude (in realtà dilata gli orizzonti dell’esperienza e invita a ricominciare, a ripercorrere ancora spazi e tempi “fissati”, trapuntati nelle tele/carte/arazzi impunturati, in simboliche geometrie sacre) con la parete istoriata da trame, linee, reti, spirali mozzate, Landscape (e un moto del cuore traduce paesaggio – che è ciò che tu vedi, con gli occhi della mente e del cuore, non panorama, la vista che appare agli occhi di tutti).  E’ la mia parete, quella che accoglie Rolling, e che nell’insieme ho intitolato “paesaggi interiori” (è una bella e suggestiva definizione della filosofa spagnola Maria Zambrano, da me particolarmente amata)
Il giorno dopo, mentre visito, rapita, la mostra di Maria Lai al MAXXI di Roma (Maria Lai Tenendo per mano il sole 2020), penso alle tele di Caterina e al mio affetto, alla mia stima e alla mia gioia e mi sento parte in causa, condividendo nell’interiorità la frase della Lai “L’arte è il gioco degli adulti”. [Arcangela Miceli]


ORDINE IMPERFETTO

Testo di Lorenzo Rubini per mostra personale ORDINE IMPERFETTO
Galleria Forzani, Terni – 2019

In questi anni l’artista intraprende un percorso introspettivo profondo che le è utile a raggiungere quell’esperienza e maturità artistica presente nella poetica e nella tecnica dei suoi ultimi cicli.
La svolta importante si nota nella serie Pre-Historic del 2017, produzione decisiva per la carriera dell’artista, le opere che ne fanno parte attingono da quelle passate ma creano un modus operandi molto più personale creando una connessione tra quanto creato prima e quanto arriverà negli anni successivi. Pre-historic è un rimando a segni di civiltà passate ma detiene in se uno sguardo estremamente contemporaneo sulla questione eternamente aperta del linguaggio e della sua interpretazione. Le tracce di questa serie mescolano questioni legate alla comunicazione ad altre puramente estetiche e segniche, il senso di queste viene reso meno essenziale dalla resa formale dell’opera e dagli strati della materia, divengono parte integrante della storia, essenziali nella loro illeggibilità.
Diagram (2017-2018) è la fase successiva alla precedente serie, quel passaggio che l’artista compie inevitabilmente per arrivare all’ultima produzione, la stratificazione della materia si fa più fitta mentre appare agli occhi una struttura più lineare dei lavori precedenti, un rinvio ad uno schema che però non ordina, forse una ricerca più programmata e un desiderio di esercizio sul tempo impiegato a realizzare l’opera stessa, elemento questo essenziale per la lettura degli ultimi lavori. Nella serie Mosaic, realizzata a partire dalla fine del 2018, gli essenziali segni accostati tra loro non sono più letti come misteriosa comunicazione ma come tasselli temporali. I lavori divengono descrizione di un fluire incessabile, la stratificazione non è più soltanto accennata e flebile ma quasi forzata, spinta o estrapolata e solo la luce può facilitarne la lettura totale.

Caterina Ciuffetelli torna alla Galleria Forzani con la sua ultima personale “Ordine Imperfetto”; una selezione accurata di lavori che dal 2017 inquadrano bene la sua ultima produzione.
C’è una questione eternamente aperta che infesta le menti di scienziati e artisti allo stesso modo, imperscrutabile quanto ammaliante risulta logorante per costituzione, il tempo. Acquistando quasi valore economico il tempo si spende ma mai riesce ad essere valutato o barattato in nessun modo. Questo ci spinge a cercare una merce di scambio talmente preziosa da poter arrivare ad aggiudicarsi una sua porzione in più, un momento. L’opera d’arte è una delle rare materialità che può avvicinarsi a questo bisogno, l’opera seppur possa consumarsi tenendoci eternamente legati a quel dubbio sul motivo della creazione, o meglio ancora l’idea creativa che la muove, avvicina l’artista al suddetto momento.
Caterina Ciuffetelli partecipa alla ricerca a modo suo, nel suo studio detiene il segreto dei segni che ricalca ad uno ad uno e che divengono poi le cellule del lavoro concluso. Il tempo necessario alla completa esecuzione è eternamente vario, ogni frottage è realizzato senza fretta ma necessariamente.
I tre cicli presentati in mostra sono ricordi di momenti diversi. Prehistoric è un rimando a segni di civiltà passate ma detiene in se uno sguardo estremamente contemporaneo sulla questione eternamente aperta del linguaggio e della sua interpretazione. Le tracce di questa serie mescolano questioni legate alla comunicazione ad altre puramente estetiche e segniche, il senso di queste viene reso meno essenziale dalla resa formale dell’opera e dagli strati della materia, divengono parte integrante della storia, essenziali nella loro illeggibilità. E questi segni da molti decantati come linguaggi perduti sono forse i segni di un “tempo” perduto? La sabbia utilizzata da Caterina è sabbia di clessidra, in “The Hole 2” ritroviamo proprio quel passaggio attraverso il quale la sabbia scorre.
Durante uno dei nostri incontri finimmo inesorabilmente per parlare dei graffiti di Lascaux, seppur non in quanto questi siano stati fonte di ispirazione dei suoi lavori ma per quanto possano essere stati uno stimolo alla stratificazione temporale e sintomo delle vicende che hanno portato alla concezione delle ultime opere.
Leggiamo in Diagram quel passaggio che l’artista compie inevitabilmente per arrivare all’ultima produzione, la stratificazione della materia si fa più fitta mentre appare agli occhi una struttura più lineare dei lavori precedenti, un rinvio ad uno schema che però non ordina, forse una ricerca più programmata e un desiderio di esercizio sul tempo impiegato a realizzare l’opera stessa, elemento questo essenziale per la lettura della serie Mosaic, nella quale gli essenziali segni accostati tra loro non sono più letti come misteriosa comunicazione ma come tasselli temporali. I lavori divengono descrizione di un fluire incessabile, la stratificazione non è più soltanto accennata e flebile ma quasi forzata, spinta o estrapolata che solo la luce può facilitarne la lettura totale.
Caterina lascia la sua impronta utilizzando segni che sono estremamente personali, suoi e di nessun’altro. Ci manifesta la sua presenza, forse ribadisce che non è importante sapere se questo tempo è già trascorso, e ci sta dimenticando, ma ci esorta a lasciare tracce di noi; dalle azioni più concrete alle testimonianze più effimere interveniamo noi stessi a modellare gli strati temporali e l’opera d’arte è spesso lasciare un residuo, è ambire al Tempo totale tramite l’istante, è chiedere l’immortalità. [Lorenzo Rubini]

 


Il tempo e il suo Ordine imperfetto

di Alessio Crisantemi su Exibart per ORDINE IMPERFETTO – Galleria Forzani di Terni, 2019

Due anni di lavoro, scanditi da tre diversi cicli artistici ed espressivi. È questo l’ ”Ordine imperfetto” di Caterina Ciuffetelli, proposto dalla Galleria Forzani di Terni, che dopo il successo della mostra omaggio al francese Pierre Soulages, messa in scena in occasione del Festival GemellArte, torna a fare il pieno di pubblico con la personale di un’artista locale, suddivisa in tre momenti espositivi, in ognuno dei quali il tempo gioca un ruolo fondamentale.
Nel primo ciclo, intitolato Prehistoric, vi è un esplicito rimando a segni archeologici, di civiltà passate ma con uno sguardo al contemporaneo. Il secondo, dal titolo Diagram, forse il più “intimo” per l’artista, c’è una ricerca e una risposta a un bisogno interiore di ordinare la realtà, sistematizzandola. Da qui, forse inevitabilmente, si arriva al terzo ciclo, Mosaic, composto da tessere ricavate da un lavoro su carta in frottage.
Il tempo, dunque, è il vero filo conduttore delle tre diverse espressioni artistiche. Dai segni preistorici che, interpretati come linguaggi perduti, portano a una riflessione sul tempo perduto, al richiamo più esplicito offerto dalla sabbia, usata dall’artista in opera come The Hole, in cui è evidente il richiamo alla clessidra, emblema dello scorrere del tempo.
Ma il tempo è anche in grado di dettare l’ordine delle cose. Com’è evidente in Diagram, in cui l’artista esegue una stratificazione della materia che si fa più fitta, proponendo una struttura più lineare dei lavori precedenti. In un rinvio a uno schema che però non ordina, «Forse una ricerca più programmata e un desiderio di esercizio sul tempo impiegato a realizzare l’opera stessa – spiega il curatore, Lorenzo Rubini – elemento questo essenziale per la lettura della serie Mosaic, nella quale i segni accostati tra loro non sono più letti come misteriosa comunicazione ma come tasselli temporali. È qui che i lavori divengono descrizione di un fluire incessabile, la stratificazione non è più soltanto accennata e flebile ma quasi forzata, spinta o estrapolata che solo la luce può facilitarne la lettura totale». [Alessio Crisantemi]

Quadrante – frottage su carta su cellotex – cm 100×120 – 2019

 


LE STRATIGRAFIE IMMAGINIFICHE DI CATERINA CIUFFETELLI 

Conoscevo la sua produzione più antica, attenta al segno e alla memoria di esso, conosco ora le ultime proposte. I diciannove lavori di piccolo formato, tra frottage, cere e monotipi, restituiscono la sua attenzione all’indagine che conduce da tempo. In un gioco di rimandi e di segni, vuole imporre nuovi significati e suggestioni evocanti il valore insopprimibile del segno inteso come traccia, come testimonianza. Riconosce il valore della materia controllata e ne fa un uso espressivo convincente attraverso la manipolazione con stratificazioni e interventi mirati. Mi pare di capire che dichiari un forte rapporto con la scrittura e soprattutto con il segno affidandogli molta parte delle sue intenzioni espressive. Con disinvoltura attraverso sapienti impronte stratigrafiche, Caterina Ciuffetelli dialoga con l’osservatore in un percorso narrativo tra pittura e suggestione letteraria. Sistematiche contaminazioni di generi e linguaggi diversi, (frottage, monotipi) conducono ad esiti formali interessanti, articolano un viaggio per inediti percorsi.
L’artista per sovrapposizioni monocromatiche e velature intercetta ed evidenzia, strato sopra strato, griglia dopo griglia, il flusso continuo delle trasformazioni e dei rimandi segnici. Supportati questi ultimi anche da strumenti abrasivi e lacerazioni che ci conducono alla cultura del particolare e del frammento rivelatore di luoghi immaginifici e di spazi mai conosciuti. Raccontano di oblii e di suggestive figurazioni dimenticate. Erratiche superfici generano metafore di contaminazioni di senso e di linguaggi; diventano allegorie di idee estranee alla pittura in sé, inquietanti segnali urbani, frammenti di civiltà perdute, racconti di particolari trascurati della realtà urbana. Quasi volesse, l’artista, sollecitare il senso di un passato da recuperare.
Queste nuove esperienze, sul tracciato ideativo che si dipana ed evolve dalle opere precedenti, riportano Caterina Ciuffetelli all’interno di una pittura di pensiero colto e consapevole. La tavolozza dell’artista concettuale è sostenuta da neri, bianchi e ocra che diventano non colori, suggerimenti di colore, che agiscono negli ambiti di una non pittura, di una dichiarata condivisione delle precarie certezze della nostra confusa e problematica stagione umana.
Per quegli incomprensibili processi del pensiero che portano ad associazioni e rimandi ho avvertito nella sua ricerca, e non può essere solo un’impressione, una certa tragicità di fondo nell’espressione materica da lei giocata con raffinata calibratura nelle impronte del dolore sulla superfice. Appaiono come ferite della terra che metaforicamente rimandano alle impronte del dolore su un volto sofferente.
I titoli dei lavori che non sono casuali ma rivelatori di un progetto ben chiaro all’artista, disvelano intenzioni e interessi ben definibili. The hole, (il buco) presuppone un interno e un dopo e suggerisce contenuti ignorati legati all’attesa e al desiderio. Mentre la forma conchiusa dell’opera Random, (casuale) tra l’accidentale e il non voluto, tiene in debito conto l’equilibrio formale della struttura. Con Primordial (primordiale) e in Preistoric (preistorico), il richiamo al passato, affidato a probabili graffiti nelle opere su carta danno la misura dell’interesse dell’artista per il valore che si può attribuire al segno come traccia di un trascorso storico e se a questi si aggiunge One by one (uno per uno) che rinvia alla narrazione di un passato non specificato ma definitivo, l’intenzione appare chiara. Landscape (paesaggio) credo voglia affrontare tra casualità ed invenzione, tra graffi, segni e lacerazioni, il tema e l’analisi della geografia umana percepita con intenti simbolici e culturali in uno spazio descrivibile dalla forma rettangolare conchiusa in un territorio essiccato ed arido. L’altra opera concettuale Diagram (diagramma), convenzionale rappresentazione di una struttura in fase di sviluppo, si esplicita e completa con Double question, one answer (doppia questione, una risposta) come adeguata riflessione attorno ad un argomento da esaminare e risolvere affidandolo ad una unica soluzione.
Appaia evidente, se non scontato, che le suggestioni e gli spunti emotivi, e la forza evocativa che questi lavori mi offrono, potrebbero costituire per un critico militante, io non lo sono, una ulteriore lettura di correlazioni e rimandi culturali da approfondire.
Per non apparire, agli occhi di Caterina Ciuffetelli, un “critico” acritico mi avvalgo degli apparentamenti di altri artisti che certamente fanno parte del bagaglio culturale dell’artista la quale li tiene in debito conto. Mi convinco che l’artista, poiché l’arte nasce dall’arte e dalla sua dialettica, come opportunamente enunciava Niki de Saint Phalle, abbraccia e comprenda altre esperienze storicamente verificate come quelle di un materico Antoni Tàpies dai densi impasti attraversati da impronte, crepe e rugosità che vogliono non riprodurre pittoricamente la realtà, ma la realtà stessa. Mi riferisco anche alle geometrie conchiuse di un Mark Rothko sostenute da componenti emotive, ed ancora al rapporto dialogico tra l’opera e la materia delle esperienze informali di Wols, Michaux, Fautrier, Dubuffet, sino a Celiberti. Non escludendo Alberto Burri che ha indagato sulla qualità espressiva della materia usurata.
Esperienze fondanti di artisti che ci hanno preceduti credo costituiscano l’ossatura e il riferimento necessario della sua interessante ricerca sostenuta da sempre da velature e sovrapposizioni nelle composizioni rigorosamente simmetriche basate sugli archetipi, quadrato e cerchio, come forme conchiuse e definitive. 2017 [Nicolò D’Alessandro]

 


 

“Inventa dunque nella tua lingua se puoi o vuoi
comprendere la mia”
Jacques Derrida

LINGUAGGIO E LANGAGE 

Testo di Maria Caterina Guerra per mostra personale Langage a cura di Indisciplinarte, Fat Gallery, Polo Museale Ex-Siri, Terni – 2010

Il lavoro del traduttore, che opera la conversione da un linguaggio sconosciuto ad un linguaggio familiare, è una delle metafore più prossime del vivere di ogni uomo, poiché ogni uomo, inconsapevolmente, si trova a dar voce all’enigma della propria soggettività attraverso le forme definite ed universali della lingua ed avvertirà, a tratti, l’inadeguatezza delle parole che usa nel momento stesso in cui esse vogliono descrivere stati d’animo, o vogliono restituire le suggestioni emanate da un sogno o da un’opera d’arte. Qualcosa si “perde”, proprio laddove è più urgente il bisogno di chiarire e dominare un sentimento, e le parole evidenziano un’assenza, un’alienazione rispetto all’oggetto sconosciuto che anelano possedere. Paradossalmente, è proprio a partire da questa alienazione che si apre la frontiera della ricerca di noi stessi, perché riconoscendo lo scarto tra linguaggio dell’inconscio e linguaggio cosciente, riconosciamo che c’è un’istanza che ci precede e guida il nostro parlare. Con l’evento del lapsus o della dimenticanza, possiamo accorgerci che noi non parliamo, ma “siamo parlati” dalla nostra soggettività profonda, oltre le regole del discorso oggettivo. Le parole non svelano, ri-velano: non scoprono mai definitivamente il vero significato di ciò che le fa affiorare, anzi, finiscono sempre per tradirlo, eppure sono l’eco più importante del nostro essere. Sono un “velo” che si apre e si richiude continuamente sull’enigma che ognuno porta con sé, e solo chi non le considera come gabbie tramite cui archiviare ogni significato, tributa alle parole la loro sacralità primitiva.
Nelle opere della serie Langage di Caterina Ciuffetelli è proprio il senso essenziale della sacralità del linguaggio ad avanzare verso lo spettatore, con tutta l’immediatezza dell’impressione visiva. Non “sono” una lingua, ma evocano il luogo silenzioso che sta al margine di ogni linguaggio, oltre i significati attribuiti convenzionalmente alle parole e alle strutture sintattiche. Inutile, dunque, cercare una corrispondenza tra la successione calligrafica e lo svolgimento di un pensiero logico; inutile indagare su regole legittime di decodifica o traduzione: i Langage sono pura presenza di significante e si affacciano su quella dimensione limite del “non detto”, immanente rispetto ad ogni parola scritta o pronunciata, che riguarda l’inafferrabile contingenza del sentire, e che è allo stesso tempo al di là dell’orizzonte e al di qua della nostra pelle. Il segno della Ciuffetelli, infatti, non appare come depositato stabilmente sulla tela, ma sembra affiorare dal sottosuolo e sul punto di sprofondarvi nuovamente, in relazione ad una rete di forze causali su cui l’artista stende una sabbia opalescente per mantenerne il segreto.
Il carattere primitivo dei Langage, che va colto ben oltre la somiglianza visibile con le grafie di epoche remote, risiede nell’esistenza stessa del segno. Ciuffetelli mette in scena il gesto arcano di ogni uomo che sulla sabbia lascia delle tracce: libero da qualsiasi vincolo con la dialettica simbolica della lingua, egli non scrive qualcosa di definibile, ma insiste semplicemente sul proprio essere al mondo, hic et nunc, e sulla propria irripetibile identità.
In questo senso le opere Langage richiamano alla sacralità del linguaggio: non sono passibili di traduzione, perché estranei al sistema delle regole linguistiche, eppure, con la loro peculiare calligrafia, la schietta consistenza materica e la mutevole reattività alle vibrazioni luminose, affermano la singolarità psichica e carnale di chi li ha creati. Appartengono alla dimensione del non detto, ma sono tutt’altro che muti: rinunciano al limite della parola e offrono in dono un silenzio vivo entro cui si mostra il senso dell’indefinibile. [Maria Caterina Guerra]

 



ABSTRACT

Testo di Marco Testa per mostra personale ABSTRACT, RestaurArte, San Gemini (Tr) – 2007

Caterina Ciuffetelli (L’Aquila, 1956) ha frequentato in Umbria, ove risiede dal 1961, lo studio dello scultore Umbro Battaglini.
Nel 1988 inizia la sua poetica della linea: un vero e proprio work in progress attraverso il quale il segno – piccolo o grande, curvilineo, spezzato, scavato o appena graffiato a rilievo, comunque restituito mutevole dalla luce – diventa elemento caratterizzante del suo modo di rappresentare se stessa e il mondo in forme astratte. Il segno, infatti, che s’impone sulla materia dello sfondo e che diviene esso stesso materia, dà forma ad un linguaggio che sembra maturare da una ricerca, quasi archeologica, di essenze residuali. Il segno, inoltre, è tracciato sul cellotex, una sostanza riconducibile alle essenze naturali del legno. La scelta di questo materiale è parte integrante della poetica di Caterina Ciuffetelli, frutto del suo bisogno di tornare alle radici del proprio iter pittorico e insieme all’origine dell’esistenza: è dunque utilizzato come un supporto, sul quale dipinge o lascia le sue tracce espressive, ma pure lasciato in parte al naturale perché sia valorizzato anche semplicemente in quanto materia.
Le serie più antiche esemplificano alcuni stadi di tale poetica. Nella serie “Improbabili geografie” (1998-2001), le campiture colorate e contrapposte sono delimitate da confini instabili, invitando lo spettatore a farsi giocoso esploratore di microcosmi.
In “Curve” (2003) le grandi onde che risaltano per contrasto cromatico o nella giustapposizione di lucido e opaco, indicano la ricerca di un’armonia nello spazio: quest’ultimo è popolato da forze, energie, sentimenti come nell’eterno contrasto di Yin e Yang, capaci di trovare equilibrio nel fluire del movimento curvilineo.
Nella serie “Foule” (2005), è evidente l’urgenza di dare ordine, senza contenerla, alla folla di pensieri che, premendo, cercano la loro fuoriuscita in superficie. Il risultato è un’organizzazione formale, fatalmente momentanea, di memorie, sentimenti, istinti, solo occasionalmente dominati, pronti a ricadere subito e a perdersi nuovamente nel Caos primordiale. In un mondo sempre più fragile, dove l’immagine non rispecchia più il reale ma il virtuale, il bisogno di concretezza si traduce in forma essenziale, quasi che al termine di una ricerca storica della propria essenza la pittrice approdi a quello che è il segno espressivo più semplice e razionale: la forma geometrica. Come iniziata a nuova vita, l’artista recupera modi arcaici di comunicazione, attingendo a quei segni micenei con cui l’arte si rivelò agli albori della civiltà pittorica: semplificazione strutturale, schematizzazione astratta, ma anche e soprattutto sintesi espressiva. La forza di Caterina Ciuffetelli, tuttavia, è nel sapersi ogni volta discostare dal mero decorativismo, immettendo vita e vitalità alle sue “forme”: da geometriche esse diventano segni calligrafici, che ora si stagliano ora si conformano, dipendendo e variando nel tempo, nella luce, nei colori. Così le sue geometrie si fanno magmatiche e palpitanti alla ricerca di uno spazio in quell’horror vacui, che il consolante affollarsi del quotidiano produce.
E se da una parte esse richiamano i piccoli segni ripetitivi che decoravano le manifatture quotidiane dei grandi vasi delle civiltà dell’antico Oriente, dall’altro acquistano spessore materico e, giocando con la luce in un rapporto costante di lucido e opaco, come in un ludico nascondino, si fanno forza vitale, dominata da toni monocromatici. Quello di Caterina Ciuffetelli, dunque, è un linguaggio che progressivamente cambia, che si evolve dallo stadio precedente non come da un momento espressivo che si vuole abbandonare, bensì come da una tappa, o anche da un’era temporale, che esiste indipendentemente dal suo evolversi.
Nasce così la serie “Langage” (2007), dove i tratti, talvolta luminescenti divengono una sorta di humus, ovvero del nutrimento essenziale per il mondo naturale. Su uno sfondo che tende a prendere il sopravvento, quasi fosse un habitat primigenio da preservare incontaminato, l’artista lascia e al tempo stesso scopre tracce che si fanno sempre più evanescenti. E’ così protagonista e insieme interprete dell’eterno destino del genere animale, che testimonia con esili segni la sua presenza nel mondo, per quanto quelli siano inesorabilmente destinati a dissolversi nel tempo. I segni serpeggiano su spiagge umide, memori di un nostro passaggio. La forma diviene sempre più materia; gli stiacciati emergono senza invadere lo spazio circostante, che si ricopre di campiture di sabbie diverse, con tatto, con eleganza. La mente solitaria, in un soffio di vento, è trasportata da navi immaginarie verso deserti sconosciuti. [Marco Testa]

 



Testo di Mino Lorusso, 2003

Che cosa resta della lezione impartita dall’arte astratta? E’ ancora attuale il tentativo – come direbbe Léon Gischia – di “sostituire al reale imitato un reale immaginario”? Non solo: si può continuare a parlare di originalità…? Sono domande ricorrenti da quando la pittura dell’ultimo decennio ha imboccato la strada del realismo o dell’iperrealismo. Certo non è affatto casuale che la fine del dogmatismo, dell’ideologia e del mondo delle certezze abbia coinciso con il ritorno della “pittura reale”. Tuttavia il rapporto tra l’artista e la realtà… non si presta a canoni, sebbene il mercato (appendice necessaria, ma non determinante dell’arte) continui a dettare le sue regole. L’arte é sinonimo di libertà…, se è davvero tale, non ha confini se non nella possibilità… di ricercare – e di continuare a ricercare – le forme espressive apparenti o nascoste della realtà….
La tesi secondo la quale il dogma finisca per generare la “fuga dalla realtà…” e il dubbio, al contrario, il “ritorno alla realtà…” è vera solo in parte. In campo artistico il “pendolo della storia” più che seguire le convenzioni le crea e la creazione non cede alle sirene del conformismo, ma le supera. Ecco perché, sebbene il mercato non lo riconosca, l’arte astratta è più viva che mai. Il “reale immaginario” mantiene intatta dopo quasi un secolo di storia la sua originalità… e, con essa, il suo immutato fascino.
Caterina Ciuffetelli è legata a quel mondo libero e “mentale” che coniuga colore, materia e segno. Nel suo caso, come direbbe Argan, “non è la pittura a fingere la realtà…, quanto la realtà… a fingere la pittura”. Fin dalle sue prime esperienze pittoriche, tenta di armonizzare il colore e la forma, la forma e il segno, il segno e il movimento. La realtà…, intesa come desiderio costante da soddisfare e sempre irraggiungibile, non è mai casuale, figlia del caos, ma è necessaria, precostituita secondo un dettame armonico.
Inutile ricercare il lei i riferimenti pittorici. Certo, la Ciuffetelli guarda a Burri e alla Accardi con grande ammirazione, tuttavia riesce ad elaborare un proprio patrimonio ideale del tutto originale; patrimonio sul quale indaga e incide, incide ed indaga in una continua e costante ricerca. In lei la complessità… si semplifica e magicamente, grazie al colore, diviene poesia.
E’ un raro esempio, e per di più felice, di riscoperta dell’invisibile. [Mino Lorusso]